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Attacco di Panico, da persecutore ad alleato

Attacco di Panico, da persecutore ad alleato

di Alessia Polverari


Sempre più spesso si sente parlare di Attacco di Panico e, ad una lettura superficiale, davvero in tanti sembrano soffrirne. Ma soffermandosi più attentamente sul suo modo di manifestarsi e di “parlare”, si vedrà come nella maggior parte dei casi si tratti di una crisi d'ansia (stato emotivo anticipatorio che ha la funzione di allertare l'individuo per difendersi da un pericolo percepito).
L'attacco di panico vero e proprio è qualcosa di più, è un fenomeno molto complesso, diverso da soggetto a soggetto, ma che alla base ha delle caratteristiche comuni molto ben delineate: prima fra tutte l'idea irrompente di essere sul punto di morire, di avere un infarto o di impazzire. A questi scenari catastrofici, legati ad un vissuto di perdita di controllo, si accompagnano una serie di sensazioni corporee e di emozioni a cui spesso la persona non riesce a dare un ordine e un senso. Il vissuto è quello di un qualcosa di estraneo a sé, di ingestibile, che arriva all'improvviso e che coglie totalmente impreparati. Sembrerebbe sopraggiungere nei momenti e nei contesti più impensati ed è questa sua imprevedibilità che lo rende temibile agli occhi di chi l'ha incontrato almeno una volta, lasciando un profondo senso di vulnerabilità.
L'attacco di panico si caratterizza, oltre che per questi pensieri ed immagini catastrofiche, anche per le reazioni neurovegetative che lo accompagnano lungo tutto il suo sviluppo: il soggetto può lamentare senso di soffocamento, difficoltà a deglutire, respiro corto, tachicardia, sensazione pervasiva di forte calore, soprattutto localizzata su volto e testa, sensazione di peso e dolore al petto oppure vertigini, tremori, sudorazione, sensazione di “mancanza di terra sotto ai piedi”, di sbandamento, torpore e formicolio agli arti, brividi.
Il suo meccanismo di funzionamento è stato ampiamente studiato ed osservato e si è visto come esso segua uno schema ben preciso ricordato come:

    Circolo Vizioso del Panico (Clark, 1986)
    1. Uno stimolo percepito come minaccioso crea uno stato di forte preoccupazione.
    2. Il soggetto interpreta in modo catastrofico le sensazioni mentali e somatiche che accompagnano questa preoccupazione, comincia ad agitarsi e a provare ansia, il respiro si fa sempre più corto e frequente (iperventilazione).
    3. Incremento della preoccupazione e delle sensazioni somatiche, fino all’esplosione vera e propria dell’attacco di panico.

Si verifica quindi un meccanismo del tipo “paura della paura”, un'ansia anticipatoria rispetto alla possibilità di rivivere quei minuti angosciosi. Il solo pensiero innesca una serie di reazioni corporee come tachicardia, respiro corto, ecc... che possono, a loro volta, generare un ulteriore incremento della preoccupazione rispetto al proprio stato di salute e quindi dare avvio al circolo vizioso sopra illustrato.
Oggi si assiste ad un aumento del numero di persone colpite da questo tipo di disturbo. Ci sono diversi fattori che possono spiegare tale incremento, tra questi:

    1) contesto sociale e relazionale fortemente richiestivo e scarsamente supportante → oscillazione tra senso di costrittività e di non protezione;
    2) ritmi di vita accelerati → senso di inarrivabilità con vissuti di perdita di controllo;
    3) pericolosità sociale in aumento → minore sicurezza nell'esplorazione, vulnerabilità;
    4) minore stabilità dei rapporti affettivi → senso di inaffidabilità e di insicurezza.

Varie sono le conseguenze che l'attacco di panico ha sul piano comportamentale e relazionale; il più delle volte queste sono legate a strategie di evitamento delle situazioni temute e/o a quelle volte a garantire la vicinanza di una figura di riferimento significativa, percepita come supportante e indispensabile per il proprio benessere psicofisico. E' facilmente intuibile come tutto questo possa generare ulteriori fonti di disagio sia a livello personale che familiare e sociale.
La percezione che dietro a questo disturbo ci possa essere un fattore psicologico scatenante è nella maggior parte dei casi molto scarsa. Spesso chi si rivolge allo psicoterapeuta lo fa dopo un lungo peregrinare alla ricerca di una causa che possa spiegare il proprio malessere, considerata, nella maggioranza dei casi, di natura organica.

In terapia
Il primo obiettivo che mi pongo in terapia con il paziente è quello di considerare l'attacco di panico come la punta di un iceberg di una situazione sottostante e sommersa che non si può o non si vuole vedere, ma che cerca in tutti i modi di emergere e “farsi sentire”.
Attraverso il corpo, dunque, l'emotività tenuta fino ad allora sotto controllo, vuole esprimersi e “parlare”. Lo possiamo considerare come una porta d'accesso al proprio mondo emotivo e dunque va ascoltato ed osservato. Cosa ci vuole dire? Da quale situazione temuta ci sta tenendo lontani? Quali emozioni cercano di esprimersi e di sfuggire al nostro controllo? Queste sono tutte domande a cui si cerca di dare risposta attraverso il lavoro psicoterapeutico, che non sarà né semplice né indolore.
Spesso è molto più immediato pensare al proprio disagio come ad un problema di natura fisica, ma quando, nel corso della terapia, si cominiceranno a delineare alla base temi di tipo psicologico e relazionale, allora si apriranno nuovi scenari che al paziente stesso appariranno sorprendentemente interessanti. Lentamente si cominceranno ad indossare degli occhiali diversi che permetteranno di guardare al proprio disagio sotto una nuova angolazione, fino ad allora mai considerata.

Ecco dunque che l'Attacco di Panico non apparirà più come un gigante ingestibile che ci cattura all'improvviso rendendoci impotenti, ma come un fenomeno che ci appartiene e che parla di noi, delle nostre paure, insicurezze e difficoltà. Solamente affrontandolo e ascoltandolo, quel gigante nemico si potrà trasformare in un importante alleato che ci aprirà le porte di una nuova avventura.

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